Un futuro per i più fragili,
dopo la pandemia

(102-14)

Spazi vuoti. Se ripenso al terribile anno che è stato il 2020, mi vengono in mente i tanti spazi che abbiamo visto vuoti a causa della pandemia. La potentissima immagine di papa Francesco che prega in una piazza San Pietro deserta. Ma anche quei locali della Casa della Carità che, per il virus, sono rimasti anch’essi senza persone, per dei periodi più o meno lunghi. Le docce, le sale che accolgono gli anziani del quartiere, la Biblioteca del Confine con i suoi scaffali pieni di libri. Persino i corridoi della nostra sede di via Brambilla, a volte, sono rimasti vuoti, con le persone costrette in camera per l’isolamento. 

Abbiamo resistito

Non l’avevo mai vista così la nostra Casa. In tanti anni, l’avevamo vista caotica, rumorosa, piena, a volte strapiena, ma mai così vuota e silenziosa come in alcuni momenti del primo lockdown. Per il modo in cui abbiamo sempre accolto, è stata una scossa forte. È stato un duro colpo, ma non ci siamo lasciati prendere dallo sconforto, anche quando ce ne sarebbero state tutte le ragioni. Abbiamo reagito. Abbiamo resistito. Siamo stati nel mezzo, come ci piace dire. Per via della mia età, ho dovuto limitare molto la mia presenza fisica alla Casa della Carità, ma ho avuto ancora una volta la conferma della qualità e della dedizione delle persone che lavorano per la nostra Fondazione.  

Operatrici della Fondazione al lavoro e durante i tamponi

Sono queste persone che mi fanno guardare al futuro con fiducia. Già prima dell’arrivo del Coronavirus, alla Casa della Carità, avevamo iniziato a ripensarci, con il percorso di Regaliamoci Futuro per riprogettare la nostra azione sociale. La risposta alla pandemia e questa riflessione hanno finito per sovrapporsi, per alimentarsi l’una con l’altra e per attingere a quella capacità profetica che la condivisione con gli ultimi consente. E qui torna proprio il tema degli spazi. 

Tre energie per il futuro

A ben pensarci, infatti, gli spazi della Casa della Carità li avevo già visti vuoti, almeno una volta. Era il 2004 e fervevano i lavori di ristrutturazione della ex scuola media di Crescenzago dove la nostra Fondazione ha sede. Allora, avevamo dedicato una grande attenzione a creare degli spazi che fossero belli, accoglienti e capaci di favorire la relazione. E in quasi vent’anni di relazioni ne sono nate alla Casa della Carità. Ora, però, è tempo di aggiornare quegli spazi perché è cambiato il contesto in cui operiamo e sono cambiati i bisogni delle persone che accogliamo. Per questo, abbiamo iniziato dei lavori di ristrutturazione della Casa della Carità.

Il nostro obiettivo, però, rimane sempre lo stesso. E, di recente, ho ritrovato questa frase del Cardinale Martini che credo lo descriva nel modo migliore possibile: “L’azione verso i poveri non è concreta se da una parte non si fa condivisione e dall’altra non diviene azione pubblica”. Alla condivisione ho già accennato, ma è sull’azione pubblica che vorrei soffermarmi. L’azione pubblica, per la Casa della Carità, è la cultura. Quella cultura che abbiamo sempre affiancato all’accoglienza e che abbiamo capito deve prendere tre forme, diverse, ma complementari: culturale, politica e spirituale. Sono tre energie delle quali non possiamo fare a meno. Sono le tre energie sulle quali regalarci il futuro dopo la pandemia.

don Virginio Colmegna
Presidente Fondazione Casa della Carità
“Angelo Abriani”