Voci dalla Casa

V

Le storie che sono rimaste impresse, gli episodi toccanti e i momenti di fatica. Le emozioni di operatori e volontari della Casa della carità raccontate in prima persona. 

Ci sono la commozione per una nuova vita e la tristezza per chi se ne è andato. Ci sono l’emozione provata in una serata di poesia e la rabbia per quanto successo a un’altra giovane ospite. Ci sono il tacito compiacimento per quanto fatto da un anziano donatore e la gioia di chi, dopo aver condiviso i problemi di un ragazzo che fa fatto un lungo viaggio appena quindicenne, lo ha visto crescere, studiare e trovare una famiglia felice di ospitarlo.  

Sono emozioni diverse quelle che rimbalzano, nella mente e nel cuore di operatori e volontari, quando si chiede loro (come è stato fatto per questo Bilancio di Sostenibilità) di raccontare cosa più li ha colpiti nei dodici lunghi mesi del 2018 alla Casa della carità. Emozioni che ognuno ha coltivato a modo suo, spesso seppellendole in fretta nel tran tran quotidiano di chi è abituato ad affrontare situazioni complesse e ad incontrare storie di fragilità ed esclusione, ma che riemergono, intatte, non appena si dà voce al ricordo.

La storia che più ha toccato Valentina, che lavora a Casa Francesco, è quella di un ragazzino egiziano arrivato nella comunità a 15 anni, oggi maggiorenne. “Mina studia, supera l’esame di terza media, si iscrive all’istituto tecnico, si dimostra capace e ottiene un contratto di apprendistato triennale in un’azienda del territorio. Fa anche sport: nuoto, corsa, maratona. Frequenta l’oratorio di zona e la società di lettura. Partecipa a un campus estivo a Roma, dove fa il vice-animatore di un gruppo di bambini provenienti dalle zone terremotate. E poi, un bel giorno, all’inizio di quest’anno, la notizia più bella: Mina viene accolto in una bella cascina di Villapizzone da una famiglia felice di ospitarlo a casa sua”.

“La Casa della carità per me è la mia famiglia, la famiglia che non ho avuto. E sempre lo sarà”. – Roberto

Per Gabriele, impegnato al Cento di Accoglienza Temporaneo, la bella notizia del 2018, è stata la riconoscenza di una mamma nigeriana, ospitata al centro e ora passata alla Tillanzia. “Ricordo l’arrivo di quella donna con i suoi figli. Dovevano restare tre giorni, sono rimasti tre mesi. Eppure, ciò che mi ha colpito, è come la signora, nonostante tutto, abbia ancora un buon ricordo della nostra accoglienza”.

A colpire Mariagrazia, volontaria al servizio docce e guardaroba, è stato un ritorno: “Un persona sempre presente al nostro servizio guardaroba improvvisamente era dimagrito molto, tanto che un giorno lo avevamo invitato a mangiare con noi in mensa. Quando per diverse volte non si era fatto vedere, confesso che avevamo pensato che fosse successo il peggio. Poi, un giovedì pomeriggio,  si è ripresentato: eravamo talmente contenti che gli abbiamo fatto un sacco di feste”. Pia, pure lei volontaria, ricorda “l’esperienza vissuta insieme a Cristina e Loretta con un ragazzo che abbiamo preparato per gli esami di terza media, aiutandolo piano piano a superare le difficoltà d’apprendimento legate alla sua storia”. A Giorgio, un altro volontario, invece, basta una frase per vedere ricompensato tutto il suo impegno:  “Quando sento qualcuno dire «Che il Signore (o Allah) vi ringrazi per quello che fate qui» io mi sento a posto per un mese”.

Le soddisfazioni arrivano anche dai donatori, persone che insistono a ringraziarci, ad esprimerci la loro gratitudine per quanto riusciamo a fare, persone che non ci tengono ad apparire preferendo dare quanto possono per la Casa, persone capaci di sorprenderci, come quel simpatico novantenne che, racconta Francesca dell’ufficio fundraising, “per il suo compleanno ha organizzato una festa e ha chiesto a tutti gli invitati di fare una donazione a nostro favore”.

“La Casa della carità è stata un’esperienza di fratellanza e aiuto reciproco. È stata come Maradona: la mano di Dio”. – Stephan 

Ci sono poi le sorprese, come quella che cita Gaia che, con il proegetto ET, ha incontrato Ahmed, giovane egiziano che ha trascorso un periodo in carcere. “Dopo aver scontato la sua pena, i servizi si erano subito mobilitati per cercare casa e lavoro, dando per scontato che volesse restare. Invece è stato lo stesso Ahmed a trovare quella che per lui era la soluzione migliore: rientrare in Egitto dalla sua famiglia”. Anche Stefano, responsabile dell’ospitalità maschile, ricorda un percorso dall’esito inaspettato, quello di un ragazzo molto compromesso dal punto di vista fisico. “È stato talmente determinato da trovare un lavoro e andare a vivere in un appartamento, nonostante i suoi limiti. Ho a che fare con persone con tante disavventure alle spalle e storie come questa mi ripagano da tanti momenti di sconforto”.

Il protagonismo delle persone aiutate dalla Casa unisce invece i ricordi di Alberto e Valentina. Il primo, operatore del progetto Scegliere insieme la strada di casa, ha in mente l’evento organizzato in occasione di Bookcity Milano in Biblioteca del Confine, con gli abitanti delle case popolari della zona che hanno recitato delle poesie. “é stato bellissimo, per la sinergia che ha portato ad organizzare il tutto e per il coinvolgimento delle persone che seguiamo”.

Arrediamo l’attesa” è invece il momento cui Valentina dell’ufficio comunicazione ripensa con maggiore entusiasmo, per la sua particolarità e per la sua riuscita. Si è trattato di un vero e proprio spettacolo organizzato dagli operatori di docce e guardaroba insieme alle persone senza dimora che usufruiscono del servizio. “E’ stata una gran bella sorpresa per tutti: dalla mostra di foto da loro realizzate ai brevi sketch teatrali scritti ed interpretati sempre da loro. E il bello è che tutti gli ospiti, partecipanti e non, hanno chiesto di ripetere l’iniziativa”. Raccogliere l’invito spetterà a Ciro, responsabile del servizio docce e guararoba che, per la volontaria Maria Vittoria, “con la sua espansività, è il perfetto esempio della generosità della Casa”.

“La Casa della carità è un luogo dove ci si incontra, ci si conosce e, per questo, le barriere cadono”. – Simona

Eppure non tutto è sempre facile, bello, positivo. Nel corso dell’anno, la fatica si è fatta sentire. E il contesto nel quale gli operatori e i volontari hanno lavorato è diventato più pesante. Peppe, responsabile dell’area accoglienza e dello sportello di tutela legale, lo descrive con un episodio. “Una sera, una nostra giovane ospite senegalese è rientrata piangendo. Alle educatrici ha raccontato, tra le lacrime, che un’anziana signora, cui aveva lasciato il posto sul bus, l’aveva pesantemente insultata per il colore della sua pelle,  nel silenzio e l’indifferenza dei presenti”.

La fatica è stata anche quella di accompagnare le persone accolte nei momenti più difficili. Come hanno fatto Iole e Chiara, responsabile e operatrice della comunità So-stare, che rivolgono un pensiero a chi nel 2018 se ne è andato. “Ibrahim – racconta Iole – era un piccolo uomo, silenzioso, a volte arrabbiato e pretenzioso, ma sempre sorridente davanti ad una pizza fatta a regola d’arte. Quando la sua malattia è esplosa, invadendo ogni spazio, anche il più intimo, il cuore ci ha chiesto di non lasciarlo solo e solo non l’abbiamo lasciato fino alla mattina in cui gli abbiamo dato il nostro ultimo arrivederci”.  “Ricordo – aggiunge Chiara – la fatica fisica ed emotiva, ma anche la sensazione di aver fatto parte di un momento comunque prezioso e unico della vita di questa persona”.

È così anche per Fiorenzo, responsabile del settore ospitalità e accoglienza, che riflette: “Quest’anno sono mancati ospiti storici, come Mohamed, e altri che avevano accolto più di recente, come Luciano e Ibrahim. Per noi accompagnare una persona è davvero compiere assieme una parte di percorso della vita senza conoscere l’esito finale. Dobbiamo essere pronti ad ogni tipo di soluzione, sia essa gioiosa, incomprensibile, di successo, di sconfitta, sia essa l’incontro con la morte o l’apertura alla vita”. Quest’ultima è proprio ciò che è capitato a Xenia, operatrice dell’ospitalità femminile, che ha seguito una giovane donna per tutta la gravidanza, fino in ospedale. “Sono entrata in sala parto con la neomamma, insieme ad un’altra educatrice e a due psichiatre. Non dimenticherò mai l’emozione che ho provato”.

 

Le foto di questa pagina sono state pubblicate sui social media da operatori e volontari della Casa della carità nel corso del 2018. 

Casa della carità

La Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani” accoglie persone fragili e promuove cultura, partendo dalle storie di chi incontra ogni giorno. A volere questo doppio impegno è stato il suo fondatore, il Cardinale Carlo Maria Martini che, nel 2002, ha scelto don Virginio Colmegna come presidente.

Nel 2018, con 4.713.135 di euro, la Fondazione ha aiutato 4.609 persone e promosso 164 iniziative culturali grazie a 19.322 donatori, 103 volontari e 126 tra dipendenti e collaboratori.

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