L’anno della pandemia nelle parole degli operatori della Casa della Carità

“Accogliere in un mondo che tiene le distanze non è stato facile”. Ha risposto così un operatore della Casa della Carità alla domanda su come definirebbe il suo 2020.  Potrebbe essere la sintesi migliore di un anno così straordinario e difficile, anche per la Fondazione. Eppure, la Casa della Carità ha continuato ad accogliere. Non ha sempre accolto quanto e come avrebbe voluto perché la pandemia, in certi momenti, ha imposto il doloroso stop di alcune attività. Ma ha continuato a farlo, ripensando con fantasia i suoi interventi, ricostruendo faticosamente pezzi di normalità e incontrando, nonostante tutto, anche storie belle. 

Fantasia

“La preoccupazione del Covid all’inizio è entrata nell’anima”, ricorda Iole pensando ai primi giorni di lockdown. “Eravamo tutti sommersi dall’emergenza”, le fa eco Tea. L’impatto con la pandemia è stato duro. Accanto alla paura c’era l’impossibilità di affidarsi alla vicinanza, al contatto umano, alla relazione, che sono da sempre la cifra della Casa della Carità nell’affrontare le emergenze, “Abbiamo dovuto accettare il distanziamento fisico e ripensarci per restare comunque vicini e presenti”, aggiunge sempre Tea In tutti i servizi, in modo diverso, sono servite creatività e fantasia, per trovare in fretta modalità nuove di operare. “L’impegno, la tenacia, la professionalità ci hanno permesso di cavalcare l’onda del Covid”, riprende Iole.