Come la Casa della carità è stata accanto ai più fragili durante l’emergenza Covid-19

Durante il primo lockdown, la Casa della Carità ha dovuto chiudere le sue porte. Non era mai successo prima, da quando l’accoglienza è iniziata nel 2004. Per far capire quanto sia stato forte l’impatto della pandemia sulle attività della Fondazione basterebbe questa immagine. 

Eppure quelle porte chiuse raccontano solo una parte, la prima e forse la più dolorosa, della reazione della Fondazione all’emergenza sanitaria, sociale ed economica. Poi, le porte della Casa della Carità si sono riaperte e la Fondazione ha continuato a seguire la missione affidatale dal Cardinale Martini: prendersi cura degli “ultimi degli ultimi”.  Anche, e soprattutto, in un momento così straordinariamente difficile. 

Questo capitolo racconta come le attività sociali e culturali della Fondazione si sono svolte nel corso del 2020 e come si sono adattate alla pandemia.  

Accoglienza

Stare nel mezzo della pandemia. È quello che ha fatto la Casa della Carità nel 2020, con fatica, fantasia e coraggio. Le norme per evitare il contagio da Covid-19 si sono rivelate ancora più dure da rispettare sia per le persone fragili con cui lavoriamo sia per operatori e volontari, che hanno da sempre uno stile empatico e caldo. La relazione, che è un cardine dell’operato della Fondazione, è stata ripensata. Per la prima volta, un’emergenza è stata affrontata senza abbracci. Come ha detto un operatore, “ci siamo ritrovati ad accogliere in un mondo che tiene le distanze. E non è stato semplice”. 

Attività stravolte

Le attività sociali della Fondazione sono state stravolte dal Coronavirus. Alcune sono proseguite sempre, come quelle di ospitalità residenziale e molte di quelle sul territorio. Altre, come il servizio docce sono state chiuse e si sta ancora lavorando perché riprendano presto. Altre ancora si sono fermate solo alcune settimane durante il primo lockdown, per poi ripensarsi, adattarsi al nuovo contesto e riaprire a pieno regime. Molte delle attività, inoltre, sono state al centro di Regaliamoci Futuro, il percorso di riprogettazione sociale della Casa della Carità cui è dedicato un capitolo del bilancio.  

Cosa è cambiato

Complessivamente, i dati delle persone aiutate sono inferiori a quelli del 2019 e superiori a quelli del 2018. Rispetto agli anni precedenti, però, vanno sottolineate due differenze. Da un lato, per settimane e, a volte mesi, molte delle persone in difficoltà che usufruiscono dei servizi della Casa della Carità con continuità non l’hanno potuto fare, proprio in un momento di particolare bisogno. E questa è stata una scelta tanto inevitabile quanto sofferta. Dall’altro lato, tutte le attività hanno richiesto uno sforzo molto superiore al passato, sia per il rispetto delle misure sanitarie sia per le modalità nuove in cui gli operatori e i volontari hanno dovuto operare. 

Grafico 1 – Persone aiutate

Ospitalità residenziale

Portare avanti le attività di ospitalità residenziale durante la pandemia è stata per la Casa della Carità una grande sfida. Innanzitutto, si è trattato di proteggere le persone: con i dispositivi individuali, con l’educazione ai comportamenti corretti e, inevitabilmente, con la limitazione dei movimenti al di fuori dei luoghi di accoglienza. Gli spazi della Casa della Carità, della Tillanzia, di Casa Francesco e del Centro di Autonomia Abitativa, laddove possibile, sono stati ripensati e adeguati alle necessità sanitarie: le capienze delle stanze più affollate sono state ridotte, sono stati scaglionati gli orari dei pasti e sono stati allestiti spazi per le quarantene. 

Vi è poi stata la cura: i tamponi (quando sono stati disponibili), le diagnosi, il tracciamento e il trattamento dei malati. Per sostenere lo sforzo dei medici già in organico e degli operatori, sono stati assunti cinque infermieri e, per seguire meglio gli ospiti e minimizzare i rischi di contagio, i turni di lavoro sono stati allungati e riorganizzati.

Nessuna alternativa

Le persone fragili che la Casa della Carità ospita hanno vissuto questo periodo con grande fatica. E hanno avuto bisogno di un sostegno maggiore. Per chi ha problemi di salute mentale in particolare, è stato difficile capire e accettare quanto stava succedendo, soprattutto quando decine di loro sono state trovate positive al test, si sono ammalate, sono dovute restare in isolamento. I cosiddetti Covid hotel (dove le persone senza alternative potevano restare in isolamento), infatti, non hanno per lungo tempo accolto persone con problemi di salute mentale e quindi, pur non essendo una struttura sanitaria, la Casa della Carità ha scelto di curare questi suoi ospiti nella sua sede di via Brambilla. Per molti degli ospiti, soprattutto durante l’estate, sono state messe in campo attività specifiche di ascolto e rielaborazione per limitare gli impatti negativi della pandemia. 

Spazi aggiuntivi

Gli ospiti più autonomi, invece, o sono stati ospitati nei covid hotel o sono stati trasferiti in strutture esterne. In particolare, nei primi mesi di lockdown, una dozzina di persone sono state accolte temporaneamente da una struttura messa a disposizione dall’Area Servizi all’Infanzia del Comune di Milano. Poi, sono state collocate in tre nuovi appartamenti reperiti e arredati dalla Fondazione per far fronte alla situazione. 

Sostegno concreto

Molte persone, inoltre,  hanno avuto bisogno di sostegni materiali, come cibo e dispositivi digitali, per far fronte a un peggioramento delle loro condizioni economiche o a nuovi bisogni, come quelli legati alla didattica a distanza. Infine, la pandemia ha causato un forte rallentamento di molti dei percorsi di autonomia intrapresi dagli ospiti della Fondazione, dal punto di vista sia formativo sia lavorativo. Compito degli operatori, quindi, è stato anche cercare alternative, laddove possibile, e sostenere le persone nel gestire delusioni e frustrazioni.

Seguire la mission

Nel 2020, complessivamente, la Fondazione ha ospitato un numero di persone inferiore rispetto agli anni precedenti, in parte a causa della pandemia e in parte per una tendenza già in atto dagli anni precedenti. Certamente, è aumentata la complessità di ciascuna accoglienza. Ospitare persone fragili e con molti problemi durante la pandemia è stato difficile. Ma, a oltre un anno di distanza, prevale la consapevolezza di aver assolto la missione indicata alla Casa della Carità dal suo fondatore il Cardinale Martini: accogliere “gli ultimi degli ultimi”, ospitare, anche durante una pandemia, chi non avrebbe avuto altro posto dove andare. 

Grafico 2 – Ospitalità residenziale